Letterio Di Francia
 
Letterato, etnografo e accademico calabrese, nato a Palmi nel 1877 e morto a Torino nel 1940, Letterio Di Francia condusse i suoi studi presso l’università di Messina, dove seguì le lezioni di Giovanni Pascoli; si laureò poi alla Normale di Pisa con una tesi su Sacchetti
novelliere.
Sul «Giornale storico della letteratura italiana» pubblicò molti contributi sul Boccaccio e le sue novelle, e altri su Bandello, Basile e le novelle orientali di Gasparo Gozzi. Queste ricerche lo portarono alla pubblicazione nel 1924 del celebre volume sulla Novellistica, nella prestigiosa collana dell’editore Vallardi dedicata a I generi della letteratura italiana. Nello stesso anno ottenne la libera docenza in Letteratura italiana. Qualche anno dopo, tra il 1929 e il 1931, diede alle stampe la raccolta delle Fiabe e novelle calabresi.
A proposito di tale raccolta, divenuta la fonte principale delle fiabe calabresi scelte da Calvino per essere inserite nelle sue Fiabe italiane (1957), lo stesso Calvino ebbe a scrivere: 

“A Palmi di Calabria, Letterio Di Francia, il dotto autore della storia della Novellistica, ha trascritto una raccolta che ha i riscontri più ricchi e precisi che si siano mai fatti in Italia, e segna i diversi narratori, tra cui si distingue una Annunziata Palermo… È una raccolta piena di curiosi «tipi» e varianti, d’un’immaginazione carica e colorata”.

La raccolta del Di Francia comprende in tutto 61 storie: 29 fiabe, 19 novelle e 13 leggende di argomenti svariati – e dunque, per ricchezza dei materiali, è da annoverarsi in Italia come seconda solo alla monumentale raccolta di fiabe siciliane di Giuseppe Pitrè. Ed è proprio sulla falsariga del lavoro di Pitrè – nume ispiratore e maestro –, che Di Francia organizzò tanto la raccolta e la trascrizione delle storie calabresi, quanto la loro pubblicazione.
Egli, infatti, trascrisse le fiabe rigorosamente nel dialetto in cui le aveva ascoltate dai suoi narratori – per lo più “donne e fanciulle del popolo, analfabete per la maggior parte” ma dotate di “viva intelligenza, prontezza e tenacia della memoria, coltivata da una generazione all’altra… e rotte a tutte le difficoltà della narrazione, pronte a commuoversi alle vicende avventurose dei loro eroi prediletti e a immedesimarsi con essi”.
E sulle orme di Pitrè, Di Francia corredò ciascuna fiaba di un ampio apparato di note esplicative, fornendo di ognuna tutte le varianti in suo possesso e una dettagliatissima sintesi dei riscontri con le altre raccolte italiane.
Ecco perché nella sua raccolta compaiono le versioni calabresi di novelline presenti in tutte le regioni d’Italia e d’Europa – come U figghiu serpenti, U marcanti e la figghia, Li tri picureddi, Petrusinedda, Li tri portugalli, Tridicinu, ecc. – ma anche fiabe del tutto sconosciute e originali, come La nia, La bella di sett’abiti, U malu distinu, Parmolinu d’Oliva, I setti principessi, Lu jocaturi e la servietta mpatata, ecc.
“Del resto – come osservò lo stesso Di Francia nell’introduzione – anche le fiabe più divulgate possiedono in proprio qualche elemento caratteristico, particolare alla regione e al colore locale quasi sempre vivace e simpaticissimo”; e citava a mo’ di esempio cibi tipici come la pitta, le zèppole o la trippa, o il canonico bosco delle fiabe, che nelle sue è sempre un uliveto.
La magia delle fiabe calabresi - fiabe e novelle calabresi - di Letterio Di Francia